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Durante
la persecuzione degli Ariani fomentata dall’imperatore
Valente e
l’invasione dell’africa da parte dei vandali di
Genserico seguaci anch’essi di
quell’eresia,
Silviano, illustre in cartagine per integrità di vita, per
profondo zelo religioso e per l’attaccamento alla fede
ortodossa
subì impavido incarcerazioni e tormenti.
Dopo che, per divino volere, i persecutori ebbero tentato
invano
di suppliziarlo, lo misero sopra una nave “lacera et
cariosa” insieme con il padre Eleuterio, la madre Silvia, la
sorella Rufina ed il vescovo Castrense, sicuri che
l’imbarcazione
sarebbe in breve affondata.
Ma protetta dal Signore, la nave approdò sulle
coste della campania e gli scampati si recarono a Terracina.
Qui non presero dimora entro le mura della città,
ma si
stabilirono ai piedi del monte di Ferocia (Leano), dove vissero in
umiltà e preghiera. Ben presto la presenza di Silviano fu
conosciuta in seguito ad una serie di miracoli da lui operati, e tutta
la popolazione “viri cum mulieribus senes cum
iunioribus”
accorrono presso il Santo di cui baciano la vestigia.
Era vescovo di Terracina in quel periodo un certo Giovanni e
quando questo morì (443 ca.), il clero ed il popolo
innalzarono
al soglio episcopale Silviano che governò la Chiesa di
Terracina
soltanto per nove mesi.
Alla sua morte fu eletto vescovo il padre Eleuterio che
guidò i fedeli terracinesi per alcuni anni e morì
in
età molto avanzata.
I corpi dei due santi furono seppelliti presso una chiesa
dedicata al SS Salvatore, che successivamente assunse il titolo di San
Silviano.
In epoca imprecisata, ma che si può riferire al
secolo X,
il santo apparve più volte in sogno ad un giovane di
Terracina
di nome Giovanni, indicandogli il luogo della sua sepoltura ed
invitandolo ad informare il vescovo.
Poiché nonostante altre apparizioni Giovanni
trascurò di eseguire l’incarico, Silviano apparve
ad un
cittadino di Gaeta, pure di nome Giovanni dandogli il medesimo
incarico.
Dopo la morte di Costantino (340 ca.) ci fu un gran movimento
di
popoli barbari che, provenienti dall’oriente
dell’Europa,
cercavano di insediarsi disordinatamente nei territori occidentali.
Si trattava della maggior parte di popolazioni germaniche
divise
in vari gruppi: Goti, Ostrogoti, Franchi, Alemanni, Burgundi,
Longobardi e Vandali.
Questi ultimi invasero la Gallia, dilagarono in Spagna e di
qui
passarono in Africa dove fondarono il regno dei Vandali il cui re e
condottiero Genserico fu oltre che abile e valoroso, intollerante e
crudele persecutore dei cattolici.
Genserico creò in Africa settentrionale un grande
stato
con capitale Cartagine; successivamente passò in Italia e le
sue
orde approdarono in varie parti della costa, raggiungendo Roma che
saccheggiarono e distruggendo tutto ciò che non potevano
portare
con loro.
Le persecuzioni che i cattolici dovettero subire da parte di
Genserico e dei suoi Vandali furono tremende, massacrarono e
torturarono i cristiani il cui torto era quello di non appartenere alla
religione ariana.
La religione ariana era la dottrina dell’eretico Ario,
condannata
dai Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) e professata dai
popoli germanici.
Ario negava la trinità di Dio e la
divinità di Gesù Cristo.
Sotto i successori di Gernserico (477-533) la potenza dei
suoi
Vandali decadde e il loro regno fu annientato da Bellisario nel 534.
Questi si recò subito dal suo vescovo il quale
immediatamente
convocò il popolo. “Concurrunt illico ad rei famam
omnis
generis viri vicinarum urbium atque castrorum totius Caietae ducatus,
commeatus et arma parantur, atque B. Silviani corpus auferre
confidunt”. Ma il Santo, che voleva rimanere a Terracina,
finalmente riesce a convincere il vescovo della città, il
quale
seguito da immensa moltitudine di popolo, si reca al luogo indicato,
ritrova il corpo di Silviano con quelli di Silvia e di Rufina e,
postili sopra un carro si affrettano a portarli a Terracina.
Ma giunti in un luogo “qui hortus balnei
dicitur” (ai
quattro lampioni), s’incontrarono con la moltitudine armata
dei
Gaetani.
Intorno alle sante reliquie sta per scoppiare un sanguinoso
conflitto, quando per intervento divino, gli animi si placano, ed i
Gaetani, essendosi convinti che il Santo vescovo aveva prescelto
Terracina, dopo aver ottenuto dai Terracinesi un braccio di Silviano,
lo portarono in patria dove anche oggi è venerato.
La memoria e la venerazione di Terracina verso il San
Silviano
è tutt’ora sempre viva e profondamente radicata.
Si ritiene che a farlo diventare protettore di campi in
genere e
di vigneti in particolare , sia stato il suo nome uguale o affine a
quello di una divinità pagana campestre di nome Sylvanus.
Il dio Sylvanus era la massima divinità
terracinese,
espressione della religiosità della realtà
contadina
della Valle.
Era la divinità che doveva presiedere a tutti gli
aspetti
della vita contadina: la semina, il raccolto, la vendemmia.
Infatti un piccolo santuario a quel dio sorgeva sulle pendici
sud-occidentali del monte sant’Angelo in località
“la fossata” del quale si trovano ancora le sue
rovine.
Una tradizione quindi che dura da millenni e che vede
trasformare
il dio pagano Sylvanus in San Silviano a cui infatti è
dedicata
la chiesa nella Valle dei Santi.
Comunque San Silviano è un Santo nel luogo fin
dalla
metà del secolo V quando venne citato nel Martirologio
Geroliniano “…iuxta Terracinam in Campania natale
Silvani
Episcopi et confessorum…”
Al IX secolo poi risale la prima citazione di una chiesa
dedicata
al Santo “…ecclesia beati Silviani in territorio
terracinensi” (Codex Diplomaticus Caietanus).
La venerazione per San Silviano da parte dei concittadini
rimonta
ad epoca remotissima, ed è stata grande sempre anche quella
di
tutta la popolazione.
Nella cattedrale, sul prospetto anteriore
dell’altare posto
a sinistra di quello maggiore, vi è una lastra marmorea con
su
graffita la figura di San Silviano in mezzo a quella della madre Silvia
e della sorella Rufina.
Dal “Contatore”. Nel popolo di Terracina
si ritiene
comunemente che la lotta fra terracinesi e gaetani sia avvenuta per il
possesso del corpo di San Cesareo.
Avendo gli abitanti di Terracina afferrato un braccio e
quelli di
Gaeta l’altro, tira di qua e tira di là, il
braccio tenuto
dai terracinesi si sarebbe staccato e sarebbe rimasto loro, mentre i
gaetani avrebbero portato via tutto il resto del corpo: la leggenda
deve aver avuto origine dal fatto che fino a non molti anni fa nella
festa del Santo si esponeva e si portava in processione, in luogo della
statua che è moderna, solo un braccio d’argento
del
Patrono.
Il lavoro che deve risalire alla fine del secolo XVI, o al principio
del successivo, è veramente interessante: bellissimi il
volto e
l’atteggiamento di Santa Rufina, delineata con tratti degni
di un
grande artista.
Nel prospetto dell’altare di destra si trova altra
analoga
tavola, rappresentante un panorama stilizzato della città,
benedetta dal Santo, con lo sfondo delle isole pontine.
Una grande tempera monocromatica di Sebastiano Conca, il noto
pittore di Gaeta, discepolo di Solimena, dipinta
nell’absidiola
della navata sinistra, rappresenta il Santo benedicente in
atteggiamento maestoso
.
Caratteristica è la processione che il 1° maggio al
sorgere
del sole, la statua del Santo partendo dalla Cattedrale viene portata
alla chiesa campestre di San Silviano, posta a tre miglia dalla
città, accompagnata da una folla di fedeli, agricoltori e
viticoltori che lo invoca e lo festeggia.
Ma la devozione per San Silviano ha varcato gli oceani; un
gruppo
di terracinesi emigrati anni fa in Uruguay e precisamente a Solis
Grande (Montevideo), ha ivi formato la comunità di San
Silviano
elevandolo a protettore della cittadina e festeggiandolo come a
Terracina ogni 1° maggio con processione e messa solenne,
giochi
attrazioni e gran ballo campestre.
A San Silviano infine è stata anche dedicata una
poesia
dal nostro concittadino poeta e scrittore Gigi Nofi di cui si riporta
un versetto:
Pe te Selviane mie, tanta gente, se batte an piette e prega
angenucchiata, secure che chist’anne la gelata, se pure
calerà nen farà gnente.
Nota: il racconto della vita di San Silviano si basa, in gran
parte su notizie tramandate per tradizione, e come afferma il De La
Blanchére, nel riassumere il racconto fatto dal Contatore
che
esso è preso non si sa da dove, mentre lo storico
terracinese
riferisce esplicitamente di averlo tratto da alcuni manoscritti di un
Gregorio vescovo di Terracina senza specificare se si tratti del
Gregorio monaco cassinate, eletto vescovo da Pasquale II (sec. XI) o
dell’altro vescovo Gregorio, vissuto nella prima
metà del
secolo XIII.
L’Ughelli non conta ne Giovanni, ne Silviano, ne
Eleuterio
tra i vescovi sicuri; i martirologi dicono soltanto che sono vissuti in
questa zona.
L’attribuzione di Sylvanus o Sylvinus a Terracina ha per essa
il
Martirologio Romano che va sotto il nome di San Girolamo dove
è
detto che il 10 febbraio si celebra “ in Terracina natale San
Siriani Episcopi et confessoris”.
Resta assai incerta l’epoca in cui il Santo vescovo
sarebbe
vissuto, ma deve essere all’incirca quella delle invasioni
barbariche.
Più facile è congetturare come San
Silviano sia diventato il patrono dei campi e delle vigne.
Poiché nessun particolare della vita del Santo
risulta
legato alle attività agricole, è evidente che a
farlo
diventare protettore dei campi sia stato soltanto il suo nome, eguale
od affine a quello della divinità campestre Sylvanus. |
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